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Guido Cagetti. Memoria d'arte. Il simbolo e il messaggio

di Lodovico Gierut

 

Non vorrei apparire noioso, anche se a volte so di esserlo, proponendo subito – in occasione della retrospettiva lodevolmente voluta dalla Fondazione Terre Medicee, dedicata a Guido Cagetti, bravo e onestissimo artista della “nostra” Versilia scomparso nel 2013 – alcune righe che oltre un anno fa consegnai a sua figlia Michela, alle quali ho però apportato or ora delle aggiunte.

“Fu lui, l'amico Guido Cagetti, ad aprire un album – fattomi da un conoscente di Empoli – in cui intendevo costruire un diario per immagini, disegni a matita e ad inchiostro, acquerelli, schizzi a pennarello... per raccontare gli incontri che avevo continuamente con pittori versiliesi e non, molti dei quali da me intervistati. In quegli anni abitavo in affitto a poche centinaia di metri dal centro di Querceta tenendo delle rubriche radiofoniche in una delle prime emittenti private toscane, Radio Centro Versilia. Mi occupavo quasi totalmente di pittura e di scultura, però mi piaceva la poesia; recensivo pubblicazioni dedicate alla letteratura in genere, alla storia e ad altri argomenti.

Intendevo pubblicare le opere di quell'album, cosa fatta solo in parte, anni e anni dopo.

Intervistavo gli “stanziali” come altri creativi molto o poco noti, e persino sconosciuti; tra i già famosi Pietro Annigoni, Mino Maccari, Ernesto Treccani, Michele Cascella... – e comunque, tra me e Cagetti come con altri (Pardi, Giovannetti, Poli, Cosci, Grazzini, Buratti, Giannecchini...) c'era quel dialogo che ho ancora oggi con tutti i componenti del mio universo artistico.

Nell'ambito locale esisteva una gran voglia di fare, di costruire, di comunicare...; si trattava di una sorta di collegamento con tanti altri artisti che confluivano soprattutto a Forte dei Marmi, provenienti per lo più da Firenze, Roma, Milano.

In quel tempo la vicina Pietrasanta non era totalmente “esplosa”, e il luogo non risentiva che in parte di Seravezza e di Montignoso, attive per via di mostre artistiche soprattutto di gruppo.

Ci ritrovavamo dove capitava, da un amico in Via Ranocchiaio, “il Giannarelli” che faceva cornici in legno, o in un bar sulla Via Aurelia, ma i momenti più intensi con interminabili e appassionate chiacchierate sull'arte e su ciò che uno o l'altro faceva, erano però quelli nella ex Casa del Fascio (le Scuole Elementari) che per fortuna era libera nei mesi estivi.

Vi venivano organizzate delle mostre d'arte da Roberto Roni ma anche da me (ne feci una pure di Cagetti e di Rolando Grazzini); una volta ne misi su una – una Collettiva – dove fui persino contestato, ma a distanza di qualche decennio quasi tutti i nomi che avevo scelto divennero assai noti, anche a livello internazionale, e comunque c'è da dire che in quegli spazi tutti erano veramente dei protagonisti.

Di Guido Cagetti, del quale conservo gelosamente qualche disegno, mi piaceva pure la scelta cromatica che abbinava alle sinuose figure di donne forti dal timbro apuano eredi degli antichi Liguri-Apuani (il Popolo delle Statue Stele...), cavatori e contadini..., ma i nostri argomenti cadevano inevitabilmente su amici e conoscenti comuni e sull'area fiorentina, su Renzo Grazzini, gran pittore, sul virtuosissimo e versatile Pietro Annigoni, frequentatore sin dagli anni Trenta del Novecento delle Apuane e del Massaciuccoli, su Amedeo Lanci con le sue chitarre al quale feci poi realizzare una medaglia per i Donatori di Sangue di Seravezza, sull'astrazione di Vinicio Berti o sulla solidità di Pietro Cascella, sul “Quarto Platano” fortemarmino che era stato di Carlo Carrà, Ardengo Soffici, Ugo Guidi, Piero Bigongiari e tanti altri

Ma... non esisteva solo l'arte a popolare le nostre periodiche conversazioni quercetane (a Lucca, dove Cagetti lavorava alla Provincia, di tempo ce n'era ben poco, fuggevole); pure lui, d'imponente figura, più sensibile di quanto lo si potesse credere, era rimasto colpito dalle nefandezze naziste fatte anche in Versilia nell'ultimo conflitto mondiale.

Scartabellando nel mio caotico archivio forse un giorno dovrei ritrovare i suoi piccoli inchiostri (facemmo, però, anche delle stampe in serigrafia), dedicati a quello che chiamava “Il cancello degli orrori”.

Uno può domandarsi, ora, cosa fosse quel cancello, e poi, perché disegnarlo?

Il cancello di Guido Cagetti si trovava (c'è ancora) a Seravezza, a Villa Henraux, superato il ponte appena entrati nell'abitato, a sinistra per chi arrivava dalla Marina.

Nelle sue mani quel cancello diventava ben più di un semplice disegno, ma un contenitore di amarezza, di storia: i suoi erano tagli profondi messi su carta, ferite non chiuse consegnate per far riflettere su certi accadimenti quando quella soldataglia copriva di violenza gli inermi...; i racconti dicono anche di un uomo che vi era stato attaccato, come ad una croce.

I dipinti di Guido Cagetti sono luminosi nei rossi d'amore e di sacrificio, nei gialli-luce della preghiera genuina, nei blu della serenità; parlano ancora, vivi, di un territorio olivato, marino e montuoso; i suoi segni sono diventati uno scenario ben distinguibile, autonomo e non cancellabile, in cui ha concretato il tempo delle proprie stagioni”.

Dire di lui non è facile, come è arduo entrare nell'Io di ogni artista, soprattutto quando, per scelta, uno antepone il pensare e l'agire e conseguentemente il creare, al resto, e cioè all'apparire ad ogni costo e al guadagno economico.

Oggi, ripensando a quanto fosse riservato, lo definirei “fuori del tempo”, giacché in quegli anni vissuti con onestà operosa senza sgomitare per un istante, diversamente da altri s'è espresso artisticamente più per il piacere di raccontare, di interpretare il viaggio della propria vita delineando suoi accadimenti intimi, come quelli d'altri, fatti di grandi e di piccole cose.

Dalla sua tavolozza, come dalla penna, nascevano elementi paesaggistici con case e con alberi, frutta, fiori e farfalle, e donne e uomini al lavoro.

In lui sono ben visibili ferite lancinanti, dolori di singoli e di gruppi, la fede e l'amore espressi con l'intenzione sempre raggiunta di selezionare i valori che il raziocinio stesso ha voluto portare, cioè di condurre a termine, levando alla materia il superfluo e usando l'essenza per concretizzare una autonoma “comunicazione”.

Sì. Guido Cagetti – pur se l'elenco delle personali fatte o delle collettive cui ha partecipato non è stato numericamente elevato – ha saputo dire senza auto celebrarsi, consegnandoci un qualcosa in cui taluni si sono riconosciuti o potranno farlo.

Vedere, ammirarne i lavori, in specie se divisi a gruppi tematici, ha il significato di rivelare – come ha scritto A. Baratono in “Critica e pedagogia dei valori” (ne ho solo alcune pagine, a fotocopia) – “... lo sforzo, lento o impetuoso, ma sforzo di pensiero per adeguare il reale all'ideale, la tecnica al fine estetico, la materia alla forma”.

Ciascun suo tema, infatti, ne precisa punti di vista sia per certi passaggi chiaroscurali (soprattutto per l'interessantissimo corpo grafico, in cui egli si immedesima e si fonde), sia per i colori quasi perennemente brillanti tranne i casi allorché si fa grigio, tendendo al cinerino, per la perdita di affetti familiari, o di eventi similari.

I cromatismi assumono una funzione tecnico/grammaticale nell'insieme, fusi come sono nell'immagine stessa.

Ecco che più e più volte ho notato con quanta intensità egli abbia saputo dare valore ad un fatto, e un significato al contenuto: basta osservare un'opera qualsiasi, vuoi che sia una donna che taglia il frumento, un tecchiaiolo sulla parete marmorea o, ancora, un sacerdote davanti alla follia della guerra o un cantore del “Maggio”, un maggiante montignosino o di Azzano.

Analogie artistiche?

Non so.

Potrei accostarlo, ma solo per qualche verso e per alcune tematiche al fiorentino Renzo Grazzini, autore di una serie di disegni e dipinti sulle drammatiche vicende dello sfollamento del 1944, oppure a Franco Miozzo, padovano giunto in Versilia nel 1917, per ciò che attiene la donna, instancabile nell'aiuto alla famiglia, ma lo vedo, l'ho sempre giudicato prettamente un “autonomo”, pur se in arte le parentele non possono mancare.

Di Cagetti è particolarmente significativo il ciclo dedicato alle Vittime di S. Anna del 1944, che da solo meriterebbe persino una mostra.

La concatenazione del tutto mi porta – ci può portare – all'affermazione secondo la quale posso dire che egli è stato un vero e proprio navigante, dominatore della forma con gli strumenti della propria logica.

In poche parole, anche se so e sappiamo chi siano stati i suoi Maestri reali o ideali, non s'è incagliato nelle pur  ottime secche altrui; non ha vissuto di “rendita artistica”, ma è andato oltre conquistando una personalità con precise caratteristiche che potrebbe persino essere racchiusa – e perché non dirlo? – nei cieli.

Il “suo” cielo – il cielo è simbolo universale collegato, per molti, alla potenza e alla sacralità – in alcuni casi è atmosferico o stagionale, mentre in altri ne riflette in modo inequivocabile lo stato d'animo, coniugandosi a momenti precisi quali la “Crocefissione”, “La partenza per la pesca”, “La raccolta delle olive”..., ma l'insieme non si arrocca sull'emozione e sulla semplice sensazione, bensì esprime una chiara e profonda “volontà espressiva”.

Lo collocherei, diversamente da altri autori che hanno risentito più o meno dell'afflato vianesco, cioè del viareggino Lorenzo Viani, in un'area con accenti quasi neorealisti, dove non manca quel tanto di lirico e dove sosta la luce. Un insieme che nonostante l'appartenenza a un ordine silente, cioè senza clamori e riflessivo, ha cercato di evidenziare, come pochi altri, alcuni valori della propria “gente”.

Li ha composti col rosso verginale (la vita, il sacrificio), col giallo intenso, ogni tanto persino violento ma caldo ed espressivo, ricco di dettami dell'eternità e di una certa religiosità, ma non mancano le gamme del verde, colore mediatore tra il caldo e il freddo, rassicurante e abitatore del regno vegetale, di quella natura che egli amava e conseguentemente rispettava.

E' assai presente il blu, pennellato in lontananza o in primo piano, ben modellato negli spazi o sulle persone, comprendente persino stille di una surrealtà a indicare – alla pari di altri elementi della forma – l'idea della calma, rendendo poi assai bene il concetto del suo pensiero libero. 

Uno dei meriti che possono essere attribuiti a Guido Cagetti, è sicuramente quello di avere identificato se stesso e il proprio tempo – anche passato –, come quello d'altri, cucito alle speranze e agli accadimenti della felicità e della sofferenza: le immagini parlano da sole e non hanno necessità di ampi commenti.

E' naturale persino la postura degli autoritratti circondati dagli affetti familiari, dalle Apuane michelangiolesche, dal mare, dalla campagna di Querceta e di Pozzi e di Ripa, e dalle colline di Strettoia, ma non mancano i simboli del suo essere pittore, tavolozze e pennelli alla pari di altre figure, maschili e femminili.

Non sorprende, poi, quando si va alla natura morta, l'esaltazione della bellezza/serenità tramite la semplificazione delle forme, prive di orpelli, ma il paesaggio è però sempre lì, perenne ed equilibrato racconto del sentimento, perciò, vista l'adesione alla tematica, bisogna senza dubbio parlare di “equilibrio composito”.

Per la grafica, inchiostri e chine, che poi sorregge l'intero apparato pittorico, il discorso non si allontana dal resto: si tratta di un autentico interessante “racconto ad immagini” in cui, per i temi del sacro e del popolare, dei nudi femminili lineari e privi di accenti superficiali, qualsivoglia osservatore non può non essere colpito. Anche se duro da accettare per l'accaduto, la sua lettura del cancello degli orrori di cui ho già fatto cenno è indiscutibilmente la sua “memoria segnata”.

Ecco poi gli alberi/uomo dai rami/braccia ad accogliere vittorie, sconfitte ed errori, immagini in cui si coglie una certa sacralità temporale, ma devo perlomeno sottolineare il suo utilizzo della linea continua e il sapiente tratteggio “a incrocio”.

Su tutto domina, incontrastato, il pensiero per cui la cosiddetta libertà inventiva è frutto di quella che Franco Miele definiva “disciplina formativa”.

Mi piacerebbe continuare a scrivere su di lui, evidenziare – ad esempio – il fatto che tutti i suoi elementi possiedono un preciso ordine, sì da essere distribuiti nello spazio della tela e della carta con quella logica e con quell'equilibrio necessari all'Arte per vivere e per restare, come per non cessare di comunicare.

A questo punto mi fermo, affidando al giudizio del Tempo e del Pubblico ciò che ci ha lasciato Guido Cagetti, parafrasando i concetti per cui l'Arte non è un diletto, collegata com'è alla vita come essenza e pienezza e verità, ma ripetendo una delle frasi di mia figlia Marta che egli ha conosciuto piccolissima, quando abitavamo in quel di Querceta, non troppo lontano da casa sua, sulla Via Aurelia: “L'artista se ne va, ma rimane la sua Opera”.    

 

Marina di Pietrasanta, 11 settembre 2016

 

Lodovico Gierut

critico d'arte 

Critica

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2106 Guido Cagetti