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Il 17 luglio 1935 alle ore 15,30 a Querceta di Seravezza, viene alla luce Guido, Giulio, Cesare Cagetti -primogenito di Mila Milea di venti annie di Cesare Cagetti di cinque anni più grande- nell’ampio edificio su tre piani di via Aurelia n°76 (oggi 1060) e lì vive insieme anche alla nonna materna Rosa e allo zio Abramo. Sempre nella stessa dimora quattro anni più tardi nasce il fratello Leonardo, compagno di giochi, escursioni in montagna ed esperienze di gioventù.

L’esteso orto che accompagna l’abitazione lungo la ferrovia, ben coltivato e popolato da piccoli animali di specie diverse, lo mette, fin dai primi giorni di vita, a contatto con i suoni, gli odori, i profumi, i colori di quel mondo della Natura, che egli porterà sempre dentro di sé, come parte integrante della vita, anzi, che si arricchirà a dismisura con la frequentazione e l’esplorazione delle montagne, degli acquitrini, dei fiumi, degli ambienti lacustri e del mare.

Guido studia ognuno di questi ambienti con i suoi abitatori, nell’intimo, e ne parla spesso, con amore; ecco perché non può pensare nemmeno per un attimo di svolgere un lavoro nel chiuso di un’aula o di un ufficio.

Il suo iter scolastico procede con lentezza a causa della guerra, durante la quale purtroppo, ancora bambino, vive inevitabilmente esperienze tragiche; basti ricordare la terrificante visione di un impiccato al “Cancello degli ORRORI” di villa Henraux, mentre con la famiglia e il cane Cadorna viene da Levigliani nello Stazzemese, dove in quel momento i Cagetti sono sfollati, o i racconti di sopravvissuti all’eccidio di Sant’anna, in particolare di una certa Norma, che non siamo riusciti a rintracciare.

Il ciclo di quadri riguardanti le stragi del ‘44 non viene dipinto tutto in qualche mese o in un anno della sua vita, ma a più riprese, in tempi diversi, non sempre vicini, a significare che il  tormentoso ricordo di  “quegli” eventi non si esaurisce mai.

Frequenta la Scuola di Avviamento Professionale di Seravezza e nel 1957 consegue il diploma di Maestro d’Arte presso l’Istituto d’Arte di Massa; frequenta a Firenze il Magistero presso l’Istituto di Porta Romana e l’Accademia di Belle Arti.

Nel marzo 1962 parte militare come Alpino per Montorio Veronese (12 ° C.A.R. Scuola di Artiglieria), il primo agosto ha la qualifica di “aiutante topografo”; il sei agosto viene trasferito a Dobbiaco (Bz) nel gruppo Artiglieria da Montagna “Asiago”. Lì la vita non è facile, i problemi sono tanti, fa molto freddo, ma, nonostante tutto, scrive ad un familiare  “... la vita del bosco è bella, pensa, è pieno di caprioli e scoiattoli, ora stupendi, di colore rosso scuro, quasi nero, con quelle codone al vento. Saltano di ramo in ramo e si rincorrono come gattini. I caprioli sono bellissimi, li vedi correre a gruppetti di tre o quattro, ci passano vicini, con i loro occhietti furbi, quasi a beffarsi di noi, ma ogni tanto, purtroppo, qualcuno viene ucciso e mangiato.”

Viene congedato il 27 luglio 1963.

Svolge vari lavori occasionali e stagionali. Nell’estate del 1965, mentre è vigile temporaneo nel Comune di Forte dei Marmi, emergono due caratteristiche della sua personalità che rimarranno costanti per tutta l’attività lavorativa: giustizia e rigore.

Il dottor Umberto Guidugli, amico da sempre del Cagetti, affermando che Guido era coerente e,  se riteneva una cosa giusta, non era disposto a trattare, racconta con un bonario sorriso sulle labbra: “C’era un grosso negozio di scarpe nel centro di Forte dei Marmi, il cui proprietario, un signore conosciuto e importante nella cittadina, aveva l’abitudine di parcheggiare la sua auto davanti al negozio, in divieto di sosta. Guido l’aveva avvertito più volte che lì non poteva lasciare l’auto, ma lui faceva finta di nulla. Un giorno Guido, in servizio, gli chiese di toglierla; il signore, fingendo di ubbidire, fece il giro del quadrato e ce la rimise. Guido, che era rimasto dietro l’angolo, gli fece allora la multa.

Quello fu un brutto momento: l’allora sindaco di Forte dei Marmi chiamò il Cagetti invitandolo caldamente a strappare quella multa, ma, poiché lui si rifiutò, il primo cittadino gli strappò la multa in faccia. Il Cagetti, senza batter ciglio, raccolse tutti i pezzettini di carta e li rimise insieme con lo scotch. Da allora non fu più gradito a quell’Amministrazione.”.

“ ... La famiglia Guidugli conosceva bene i Milea, di conseguenza anche i Cagetti: Guido era coetaneo di mio fratello Augusto, mentre io ero più piccolo. Eravamo tutti appassionati di montagna; Guido e Leonardo seguivano lo zio Abramo, esperta guida del C.A.I.

Ogni anno la signora Mila cucinava per noi in maniera ‘divina’ i ranocchi. Li chiamavamo i ‘pranzi dei ranocchi’ ”.

Il tre gennaio 1970, dopo un lungo fidanzamento, Cagetti si sposa con Carla Nesti di origine pistoiese e va ad abitare a Viareggio. Nel 1972 ha l’unica figlia, Michela, che lui chiamerà sempre “la Bimba”.

 

” …L’ideale di lavoro per Guido -dice ancora Guidugli- era quello di ‘andar pe’ monti’ o comunque all’aria aperta. Nel 1974 entrò finalmente alle dipendenze della Provincia di Lucca come guardiacaccia.

Gli venne assegnata una bella zona, dove la natura è abbastanza blanda, tutta la zona di Pescaglia fino a Stazzema (Foce, Alto Matanna, Groppa, dove dormiva). Lui c’è stato proprio volentieri. Anche lì ebbe, però, modo di mostrare la sua intransigenza: aveva trovato sulla strada un giovanotto col fucile carico, il figlio del sindaco. Il Cagetti fu irremovibile. Aveva le sue ragioni perché il giovane aveva avuto un comportamento irresponsabile, pericoloso, il fucile oltretutto non aveva la sicura … ma…

Per fortuna il sindaco fu in gamba perché riconobbe che il figlio aveva sbagliato.

Guido era tutto d’un pezzo; forse chi non l’ha visto all’opera, chi l’ha conosciuto solo al bar, non l’ha capito bene. A volte Guido era un po’ esuberante, poteva sembrare che dicesse delle millanterie, ma non era così. Sembrava ‘sbracione’, ma non lo era affatto. Io lo conoscevo non bene, benissimo: Guido andava conosciuto per essere apprezzato”.

Il Cagetti rimane in servizio alla Provincia di Lucca come vigile con varie mansioni, ma a partire dal 1984 viene assegnato alla sorveglianza del Cortile degli Svizzeri, compito che svolge fino al 31 luglio 2002, ultimo giorno di lavoro, prima del pensionamento.

Ancora oggi è rammentato da molte colleghe e colleghi, ma anche i più giovani che non l’hanno conosciuto lo ricordano inconsapevoli, nominando l’archivio Cagetti, una stanzetta dove “a quei tempi” Guido appoggiava ogni giorno i suoi oggetti.

 

Gli anni 1983-1987 sono molto dolorosi per lui, perché la moglie Carla si ammala: all’inizio sembra la conseguenza di una caduta da bicicletta in seguito a strattonamento da parte di uno sconosciuto che tenta di strapparle la borsa che porta nel cestino legata con i manici al manubrio, ma piano piano si evidenzia la realtà: un tumore al polmone che la condurrà alla morte il 20 marzo 1987.

Lei, consapevole del suo male, d’accordo con il marito, tenta finchè possibile ogni via di guarigione: Pisa, Siena, Bellinzona, Carrara… ma tutto è inutile…

All’inizio della primavera del 1987 Guido è vedovo, con la figlia che non ha ancora compiuto quindici anni.

Non parla quasi mai dei suoi problemi (anche prima della disgrazia parlava solo incidentalmente della propria vita e addirittura della sua pittura), anzi, se qualcuno vi accenna, finge di star bene anche così.  In realtà accusa in maniera tremenda la perdita di Carla, donna dal carattere deciso, ma affabile e sorridente, che l’ha sempre spronato nel lavoro come nella pittura.

Lei avrebbe voluto che Guido facesse conoscere le proprie opere, mentre il marito era restio anche a parlarne (le faceva, però, giudicare da alcuni amici “grossi nomi” nel campo) .

Guido in tutta la sua vita dipinge per sé e per pochi Amici che, di tanto in tanto, mette a contatto con il suo “stile di materia”, così lo chiama lui. Fa solo due mostre nella sua Querceta,  nella allora scuola elementare, proprio dirimpetto alla casa in cui è nato, fortemente sollecitato da un gruppetto quercetano di amici, ma soprattutto dall’amico poeta Silvano Alessandrini: la prima, personale, nel luglio del ’78, la seconda, ”Omaggio alla Versilia” l’estate successiva, condivisa con Rolando Grazzini.

Partecipa, in particolare quando è giovane, ad alcune mostre collettive, dove si confronta volentieri con il linguaggio degli altri pittori.

Dedica molto spazio alla sperimentazione, allo studio, alla ricerca per migliorare  continuamente i suoi già maturi modi espressivi, ponendosi davanti sempre nuovi personali traguardi.

L’unica cosa che afferma con orgoglio è quella di essere stato “il più giovane frequentatore del ‘Quarto Platano‘ di Forte dei Marmi”,  in compagnia di molti artisti del Cenacolo, tra cui Dazzi, Carrà e Pea.

Legge moltissimo (arriva a possedere migliaia di libri), affinando i suoi molteplici interessi su testi specializzati riguardanti l’arte, la narrativa, l’ambiente naturale, le erbe, la storia nazionale e locale, l’esoterismo…

Sant’Agostino, Dante, Petrarca, Boccaccio, Torquato Tasso, Alessandro Manzoni, Giovanni Verga, Paulo Cohelo, Luis Sepulveda, Leone Sbrana, Almudena Grandes sono tra suoi scrittori preferiti.

Grande amante del Botticelli, ma anche dell’arte greca ed etrusca, presta attenzione ad ogni evento artistico non solo locale. Anche in campo musicale spazia dai canti Gregoriani alla musica classica, da Puccini a Fabrizio de André e oltre.

Colleziona accendini, oggetti di legno, tra cui bastoni da montagna che costruisce da solo, carte da gioco, tarocchi, armi bianche…

Ama la bicicletta che si fa costruire su misura dal ben noto Aliverti, partecipa da giovane a diverse gare ciclistiche; qualche volta si allena con Fausto Coppi.

Ama allo stesso modo anche la Vespa (ma non l’automobile), assidua protagonista dei suoi spostamenti.

Ma ama soprattutto gli animali, lascia che la figlia lo circondi di cani e gatti, spesso raccolti per strada o comunque in situazioni di sofferenza e finisce con l’adorarli.

Conosce moltissime persone, semplici e altolocate, contadini, operai, impiegati, artisti, medici, politici locali e nazionali (basi pensare che il senatore Arturo Pacini è stato uno dei suoi testimoni di nozze); con tutti parla e scherza volentieri e, se ne ha l’occasione, condivide la buona tavola.

Dal 2010 la sua salute comincia a non essere più vigorosa come un tempo, ma in lui non viene meno la voglia di vivere e di realizzare opere d’arte. Impossibilitato a dipingere quadri, si dedica al disegno a carboncino su carta, fino a poche settimane prima della morte (31 marzo 2013).

Biografia

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